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Nonna afghana con nipotini...

 

LA CITTA' CHE NON C'E'....

di PINO SCACCIA giornalista reporter in Afghanistan Inviato del Tg1 Rai

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Kabul - E' ora di scriverlo, alle due di notte afghane. So che devo farlo e so anche che voglio farlo. Risiamo alle solite, scrivere cioè il pezzo di addio a Kabul, questa città così difficile e così magica che mi ha stregato. Dico addio e spero arrivederci. Ma come faccio a saperlo? Nessuno può sapere se magari succede qualcosa e resto, ma nessuno può neppure sapere se gli avvenimenti e il destino mi riporteranno qui. Mi sembra quasi un saluto fra innamorati che non sono sicuri di rivedersi. Mi succede, in realtà, ogni volta che parto, non so mai se rivedrò quel posto. Ma Kabul non è un posto qualsiasi eppoi sono sei anni che va avanti il nostro amore. Conosco ogni angolo di strada, sembra la mia città eppure è così diversa, ma forse con tutte le sue rovine e i suoi problemi epperò la sua voglia di vivere mi rappresenta. Il fatto è che non mi va di lasciarla così. Ancora così in difficoltà. Shafique stasera, quando gliel'ho detto, stava proprio in crisi. E non è il solo amico, ne ho anche altri ma lui per me è a Kabul da quando nel 2001 l'ho trovato per caso e mi hai poi sempre accompagnato, telefonandomi spesso a Roma, un filo che non si è mai interrotto. Ha detto che domattina mi vuole parlare. Forse so cosa vuole. Giorni fa mi ha confidato il sogno di conoscere l'Italia. Credo che lui non conosca un altro posto al mondo che l'Afghanistan. Non ha mai vissuto in un posto dove ci fosse la pace. Un fratello sta a Londra, un altro a Mosca. Lui che quasi parla italiano, che vuole bene a tanti di noi, evidentemente sogna Roma. O forse mi vuole dire qualche altra cosa, comunque cercherò di aiutarlo. La faccetta di Jovid mi ha messo il magone e ho bisogno di un'immagine di speranza. Scelgo allora questa foto scattata stamattina all'uscita delle scuole. Un gruppo lunghissimo di ragazzine che rappresentano il futuro dell'Afghanistan.

Se la misura del cambiamento è nel burka, quasi tutte non lo indossano.

Segno che questo Paese sempre preso a schiaffi da tutti e che i talebani vorrebbero riportare nel Medioevo può farcela. Guardo fuori la finestra del bunker. C'è solo buio. E per fortuna c'è silenzio (una volta c'erano anche i botti delle esplosioni). Un mondo lontano, complicato, sfortunato che ha bisogno di aiuto. Domani sera sarò a Dubai, per la solita tappa intermedia prima di rientrare a casa, e vedrò invece molte luci. Ma saranno luci false (le conosco bene) di arabi ignoranti e viziati che nella vita hanno solo l'impegno di far passare il tempo. Così ipocriti da far arrestare uno straniero se fuma per strada sotto il Ramadan mentre si rinchiudono a far baldoria, mentre qui tutti gli afghani rispettano il digiuno totale fino alle sei di sera ma lo ritengono una scelta privata e hanno ampio rispetto di chi, come noi, professa altre religioni. Così ricchi di umiltà come negli Emirati sono ricchi di arroganza. Non vedo l'ora di tornare a casa, ma se dovessi scegliere sicuramente sceglierei Kabul, mai Dubai.

Certamente mi resta tutto dentro. Chi ha detto che i cronisti non hanno un'anima?